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mercoledì 16 maggio 2012

Il lavoro rende liberi: le morti bianche di Ottana



MAURIZIO BOLOGNETTI

Il lavoro rende liberi: le morti bianche di Ottana



16-05-2012
La chiamano la “fabbrica dei tumori” e chi ci ha lavorato può essere considerato figlio di un dio minore. E’ la ex Enichem di Ottana dove un tempo si producevano fibre sintetiche. A giudicare da quello che sta emergendo, dalle denunce dell’AIEA (Associazione italiana esposti amianto) e da chi finalmente ha deciso di rompere il muro di omertà, la produzione in quel di Ottana viaggiava di pari passo con l’esposizione dei lavoratori a sostanze tossiche, nocive e cancerogene. Renzo Puggioni, sindacalista della Uil, il 17 febbraio ha denunciato che i morti di Ottana per esposizioni all’amianto e a prodotti chimici cancerogeni sono 45. Un bilancio con ogni probabilità assolutamente provvisorio.
Il 6 ottobre del 2010, in una lettera indirizzata alla Commissione del Senato per le “Morti bianche”, l’Aiea VBA ricordava che in Italia a partire dagli anni 60, e fino al momento della messa al bando, l’utilizzo dell’amianto a scopo industriale è stato massivo e, soprattutto, che i lavoratori sono stati tenuti nella completa ignoranza dei rischi. Nella stessa missiva si quantifica in circa 16.000 il numero di lavoratori esposti “quotidianamente ad un ambiente altamente inquinato da fibre di amianto e da tante altre sostanze tossiche-nocive e cancerogene” nel solo comparto fibre. Nel 1962, la Commissione Cee emana la raccomandazione n. 2188 con la quale invita gli stati membri a stilare una lista europea delle malattie professionali. Nel documento in oggetto si parla dell’asbestosi. Manco a dirlo, e per tener fede alla sua reputazione di “Stato canaglia” in materia di tutela ambientale e rispetto del diritto comunitario, l’Italia recepisce la raccomandazione con 13 anni di ritardo.
Ma torniamo in Sardegna, a Ottana e alla “fabbrica dei tumori". Giovanni Serra ha lavorato per circa 10 anni come strumentista dell’impianto acrilica della Enichem, dove ha respirato le maledette fibre d’amianto: se lo è portato via un mesotelioma pleurico diagnosticato nel 2003. Anna Etzo, la moglie di Giovanni, chiede giustizia, e con il sostegno dell’Aiea e di “Medicina Democratica” ha avviato un’azione giudiziaria civile nei confronti della Syndial, la società del gruppo Eni subentrata alla Enichem.

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Anna dice che vuole giustizia non solo per Giovanni, ma anche per i tanti che non ci sono più.
Raffaele Curreli ha lavorato presso la Enichem di Ottana per quasi trent’anni. Nella sua voce c’è angoscia, ma anche una grande forza. Raffaele si è ammalato, ha una patologia tumorale in stato avanzato. Come Anna non molla e chiede giustizia per sé e i suoi compagni, ad iniziare da quelli che il lavoro lo hanno pagato con la vita.
Pensi ad Ottana, alle fabbriche della Eternit, magari alla Marlane di Praia, all’Ilva di Taranto, alla Enichem di Pisticci e agli operai di Acerra, di Casale Monferrato e di Bagnoli. Pensi: lo sapevano da anni che quelle maledette fibre erano pericolose.

Sì, ci pensi e ti viene in mente la cinica frase che i nazisti posero all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz:
Il lavoro rende liberi.

Raffaele ha detto: “Quella fabbrica ci ha dato da vivere, ma il prezzo che stiamo pagando è troppo alto".

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