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venerdì 12 ottobre 2012
"Centro oli Eni"
Di Maurizio Bolognetti, Direzione Radicali Italiani e segretario di Radicali Lucani
Con il D.LGS n.334 del 17 agosto 1999 l’Italia recepiva la Direttiva comunitaria 96/82/Ce, meglio nota come Direttiva “Seveso II”, relativa al controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose.
Dalla lettura dell’inventario nazionale degli stabilimenti suscettibili di causare incidenti rilevanti, risulta che ad aprile 2012 sono 1152 gli insediamenti industriali presenti sul suolo patrio soggetti alle prescrizioni del Decreto Legislativo 334.
In Basilicata gli stabilimenti tenuti ad osservare le norme della Direttiva Seveso sono nove e tra questi il Centro Oli Eni di Viggiano.
La finalità delle direttive Seveso, come chiarito dall’art. 1 del Decreto legislativo n. 334, è quella limitare le conseguenze di detti incidenti per l'uomo e per l'ambiente.
Se qualcuno si chiedesse come mai le Direttive 82/501 e 96/82 prendono il nome di una piccola cittadina lombarda, toccherebbe ricordare la nube tossica che alle ore 12.37 del 10 luglio 1976 si sprigionò dallo stabilimento della ICMESA di Meda. La gestione di quella emergenza fu totalmente inadeguata. La popolazione di Seveso, investita dalla nube di diossina proveniente dall’Icmesa, fu per giorni tenuta all’oscuro del pericolo. Rimasero intossicate oltre 2000 persone e fu necessario abbattere 3000 animali domestici e 70.000 animali da cortile e da allevamento. Di quella vicenda si ricorda l’episodio sconcertante dei due tecnici dell’Icmesa, che 24 ore dopo si recarono dal sindaco di Seveso, Emilio Rocca, per rassicurarlo. Chi c’era ricorda anche che a 4 giorni dall’incidente e dalle bugie della multinazionale svizzera iniziarono a morire gli animali e a verificarsi i primi casi di intossicazione. Anche grazie alle vili rassicurazioni ricevute, il sindaco emanò solo il 15 luglio un’ordinanza con la quale vietava di toccare la terra, gli ortaggi, l’erba e di consumare frutta, verdura, animali da cortile e di esporsi all’aria aperta. Si dovrà aspettare il 10 agosto per una mappatura dell’area contaminata, mentre a 8 giorni dall’incidente la prefettura non aveva ancora deciso come fronteggiare la situazione.
Il “Caso Seveso”, i veleni di Seveso, in un Paese che in materia di rispetto delle direttive comunitarie veste una bella maglia nera. Non a caso a settembre 2012 risultano aperte contro l’Italia 111 procedure d’infrazione: 28 di queste riguardano la violazione di direttive comunitarie in materia di ambiente.
Noi, il Paese del “Caso Seveso”, il Paese dove si consentono trivellazioni in prossimità di invasi e centri abitati, non solo recepiamo con puntuale ritardo le direttive comunitarie a tutela dell’ambiente e della salute umana, ma spesso quelle direttive non le applichiamo.
Non a caso l’associazione tarantina Legamjonici ha sollevato la questione del mancato rispetto della Direttiva Seveso in relazione al progetto Eni denominata “Adeguamento stoccaggio del greggio proveniente dal giacimento di Tempa Rossa”. Per l’associazione ambientalista il progetto dell’Eni presenta una clamorosa carenza: l’assenza nella valutazione di impatto ambientale dell’obbligatorio studio sull’effetto domino.
A Taranto attualmente viene raffinato il petrolio estratto in Val d’Agri, che riceve un primo trattamento presso il Centro oli di Viggiano. Entro il 2015 la raffineria tarantina dovrebbe ricevere anche il greggio estratto dalla Total nella concessione lucana denominata “Gorgoglione”. La carenza denunciata da Legamjonici ha impedito una corretta informazione della popolazione.
Ma torniamo a noi, alla “Lucania Fenix”, a Viggiano e al Centro oli dell’Eni.
Il Decreto legislativo n. 334 obbliga i gestori degli stabilimenti a rischio, ricadenti nelle more dell’art.8, a redigere un piano di emergenza interno. L’art. 20 dello stesso Decreto prevede inoltre che venga redatto un piano di emergenza esterno che ha tra le sue finalità quella di informare “adeguatamente la popolazione e le autorità locali competenti”. Il piano di emergenza esterno viene predisposto dal Prefetto d’intesa con le Regioni, gli enti locali interessati e previa consultazione della popolazione.
La vicenda del Centro oli di Viggiano fa emergere una attuazione degli obblighi previsti dalla direttiva Seveso assolutamente inadeguata sul fronte del coinvolgimento dei cittadini sia nella fase di predisposizione del “Piano di emergenza esterno”, sia sul fronte della dovuta informazione alla popolazione.
A 15 anni di distanza dall’avvio delle attività, e per ammissione della stessa prefettura di Potenza, non una volta i cittadini di Viggiano hanno preso parte a una esercitazione e solo da un paio di anni il comune si è premurato di distribuire un opuscolo che illustra i comportamenti da seguire in caso di incidente.
Il piano di emergenza esterno, attualmente in fase di aggiornamento, resta per la popolazione un documento “top secret” del quale non si è mai favorita la conoscenza e la divulgazione, alla faccia di quanto prescrive la Convenzione di Aarhus.
Intanto, a due settimane dall’ennesima anomalia verificatasi presso il Centro oli, siamo ancora in attesa di poter leggere oltre alla velina inviata dall’Eni, anche i dati della qualità dell’aria registrati dalle centraline gestite finalmente dall’Arpab. Laddove, gioverà ricordarlo, un operaio dell’indotto, intervistato da Radio Radicale, ha dichiarato che il 28 settembre all’interno dello stabilimento c’è stato un problema alle turbine.
Domanda: è troppo pretendere che dopo 15 anni la Prefettura di Potenza e il Comune di Viggiano mettano a disposizione sui rispettivi siti il “Piano di emergenza esterno” con relativi allegati e cartografie? Sarebbe questo un modo concreto per consentire a tutti l’accesso a documenti elaborati, almeno in teoria, per tutelare la salute, la sicurezza e la pubblica incolumità.
Quanto alla prima esercitazione restiamo in attesa che qualcuno finalmente decida che è giunto il momento di colmare questa grave lacuna. Seveso, si spera, dovrebbe aver insegnato qualcosa anche in un Paese come il nostro, che è uno “Stato canaglia” abituato a non rispettare la sua propria legalità e a recepire convenzioni che poi puntualmente tradisce, ad iniziare da quelle a tutela dei diritti umani.
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