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martedì 7 febbraio 2012

“Il Caso Fenice-Arpab” Maurizio Bolognetti, Segretario Ass. Radicali Lucani


Roma, 7 febbraio 2012
Audizione presso VIII Commissione(Ambiente territorio e lavori pubblici)
“…con nota datata 6 ottobre 2009 è stato suggerito al P.M. di richiedere ad Arpab di procedere con urgenza al prelievo e all’analisi dell’acqua dei pozzi esistenti in zona a monte e a valle del sito. La richiesta è stata prontamente trasmessa dal Pubblico Ministero ad Arpab, ma nonostante i dati richiesti fossero indispensabili per stabilire se le anomalie riscontrate fossero state o siano ancora pregiudizievoli per l’uso delle acque da parte di agricoltori della zona, e nonostante i vari solleciti, alcuna delle analisi richieste è stata consegnata al sottoscritto da Arpab o dalla Procura della Repubblica di Melfi.” (da relazione di Consulenza Tecnica del Prof. Francesco Fracassi – maggio 2010)
“…Due cose ci tenevo a dire, una riguarda le diossine che è un tema caldo, sollevato da parecchi Consiglieri. Le diossine, che è evidente che si devono misurare in una macchina di quel tipo, è prevista la loro determinazione con cadenza trimestrale, quindi oggi Fenice effettua le misure ed invia trimestralmente i dati, ARPAB è chiamata a misurare in maniera occasionale queste misure facendo dei campionamenti in discontinuo…” (Donato Viggiano, Direttore Generale Dip. Ambiente Regione Basilicata – da audizione in III Commissione consiliare permanente del 26 ottobre 2011)
“…Rispetto alle diossine noi non eseguiamo il controllo, ma stiamo in questo momento definendo con la Regione un processo per l’acquisto di strumentazioni.” (Raffaele Vita, direttore Arpab – da audizione in III Commissione consiliare permanente del 6 luglio 2011)
“Nelle popolazioni esposte alle emissioni di inquinanti provenienti da inceneritori sono stati segnalati numerosi effetti avversi sulla salute sia neoplastici che non. Fra questi ultimi si annoverano:incremento dei nati femmine e parti gemellari, incremento di malformazioni congenite, ipofunzione tiroidea, diabete, ischemie, problemi comportamentali, patologie polmonari croniche aspecifiche, bronchiti, allergie, disturbi dell’ infanzia. Ancor più numerose e statisticamente significative sono le evidenze per quanto riguarda il cancro: segnalati aumenti di cancro al fegato, laringe, stomaco, colon-retto, vescica, rene, mammella. Particolarmente significativa risulta l’ associazione per cancro al polmone, linfomi non Hodgkin, neoplasie infantili e soprattutto sarcomi, patologia “sentinella” dell’ inquinamento da inceneritori. Studi condotti in Francia ed in Italia hanno evidenziato inoltre conseguenze particolarmente rilevanti nel sesso femminile.” (Prof.ssa Patrizia Gentilini – ISDE Italia)
Gli impianti di incenerimento rientrano fra le industrie insalubri di classe I in base all’art. 216 del testo unico sulle leggi sanitarie. Essi riversano sulle matrici ambientali sostanze estremamente tossiche, persistenti e bioaccumulabili, quali Cadmio, Nickel, Mercurio, oltre a polveri grossolane(PM10), fini(Pm 2,5), ultrafini e a diossine, furani, PCB e IPA. L’inceneritore Fenice è ubicato in un’area ad alta vocazione agricola. L’associazione Radicali Lucani, a partire dal 2009, ha ripetutamente denunciato omissioni da parte della locale Agenzia per l’ambiente, ipotizzando - sulla base degli elementi disponibili - i reati di omissione d’atti d’ufficio, disastro ambientale e avvelenamento di sostanze alimentari. Dal 2000, anno d’inizio delle attività, l’inceneritore di proprietà della multinazionale francese Edf inquina le falde acquifere con metalli pesanti e composti organici volatili. Per circa 9 anni l’inquinamento non è stato comunicato a enti e cittadini, in palese violazione dell’art. 5 comma c della Convenzione di Aarhus che recita: “In caso di minaccia imminente per la salute umana o per l’ambiente, imputabile ad attività umane o dovuta a cause naturali siano diffuse immediatamente e senza indugio tutte le informazioni in possesso delle autorità pubbliche che consentano a chiunque possa esserne colpito di adottare le misure atte a prevenire o limitare i danni derivanti da tali minacce.” Il 12 ottobre 2011, la Procura di Potenza dispone gli arresti domiciliari nei confronti dell’ex Direttore dell’Arpab Vincenzo Sigillito e del coordinatore provinciale della stessa agenzia, Bruno Bove. Le accuse vanno dall’omissione di atti d’ufficio al disastro ambientale. Il 25 novembre 2011, la procura di Potenza formalizza l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di 36 indagati; tra questi anche cinque responsabili dell’inceneritore. A tre anni dalla tardiva denuncia dell’inquinamento fatta dall’Arpab, siamo ancora nella fase delle misure definite di “Mise”(Messa in sicurezza d’emergenza) e in attesa che inizi la fase di bonifica del sito. Intanto, come risulta dalle analisi bimestrali finalmente pubblicate sul sito dell’Agenzia per l’Ambiente, l’inquinamento è ancora in atto. Nella vicenda Fenice è palese la violazione di numerosi articoli del Codice dell’Ambiente(D.LGS 152/06 e successive modificazioni). Risulta infatti evidente che non sono stati rispettati gli articoli 242, 244, 301 e 304 che gioverà richiamare. Le sopra citate violazioni, documentate da un’inchiesta svolta dal sottoscritto, sono state puntualmente segnalate dall’on. Elisabetta Zamparutti ai Ministeri competenti attraverso numerose interrogazioni già a partire dal 2009. L’Arpa lucana - in base a quanto emerso da audizioni della III commissione regionale, da dichiarazioni del direttore generale del Dipartimento ambiente e da dibattiti del consiglio regionale - di fatto non ha mai monitorato l’emissione di diossine da parte di Fenice, che ha operato in sostanziale autocontrollo. In generale, il monitoraggio della matrice ambientale aria è risultato, volendo usare un eufemismo, piuttosto carente. Dopo un periodo sostanziale di fermo, il forno a griglia di Fenice ha ripreso a bruciare rifiuti, grazie all’ennesima ordinanza “emergenziale”, emanata per far fronte alla ormai cronica emergenza che attanaglia la città di Potenza e alcuni comuni del potentino. Come è possibile leggere nella determina n°3741, emanata dalla Provincia di Potenza, presso l’impianto di “termovalorizzazione” Fenice verrà smaltita una quantità di rifiuti non inferiore alle 2.300(2600 in base alle stime dell’osservatorio regionale rifiuti) tonnellate al mese, provenienti prevalentemente dalla città di Potenza, a cui vanno ad aggiungersi circa 780 tonnellate al mese provenienti dai comuni di Melfi e Lavello. Il tutto a decorrere dal 1 febbraio 2012 e fino al 30 settembre 2012, per una quantità di rifiuti solidi urbani pari a circa 27.000 tonnellate. La cosa incredibile è che le sopra citate quantità verranno bruciate “tal quale”, senza nessun trattamento, laddove è notorio che da anni, in tutto il mondo, si attua la termodistruzione solo per le frazioni secche(CDR). Gioverà ricordare che attualmente Fenice è autorizzata a bruciare 30.000 tonnellate all’anno di RSU: in base alla determina 3741, in appena 8 mesi ne verranno bruciate circa 27.000. Con il D.LGS 59/2005(integrato nel titolo III bis del D.LGS 152/2006), l’Italia recepisce la direttiva 96/61/CE sulla “prevenzione e riduzione integrata dell’inquinamento”, successivamente sostituita dalla citata 2008/1/Ce. Il D.Lgs 59/2005 stabiliva, all’art. 5 comma 18, che l’AIA(autorizzazione integrata ambientale) dovesse essere rilasciata entro il 30 ottobre 2007. Allo scadere del termine perentorio viene varata una proroga attraverso il D.L. n.180(30/10/2007), rimandando l’obbligo al 31 marzo 2008. Il termine perentorio, però, è solo apparente, in quanto il legislatore inserisce nel Decreto Legge 180 un piccolo articoletto che recita: “Nelle more del rilascio dell'autorizzazione integrata ambientale di cui al decreto legislativo 18 febbraio 2005, n. 59, gli impianti già in esercizio, per i quali sia stata presentata nei termini previsti la relativa domanda, possono proseguire la propria attività.” E così di “more” in “more”, impianti che hanno un devastante impatto sull’ambiente e la salute umana hanno potuto continuare ad operare senza AIA e in barba alle direttive UE. Il 31 marzo del 2011, l’Italia è stata condannata dalla Corte di giustizia europea per la violazione della direttiva 2008/1/CE(nota anche come direttiva Ipcc). Tra le regioni che hanno fatto guadagnare l’ennesima condanna al nostro paese troviamo anche la Basilicata, dove da 6 anni l’inceneritore Fenice opera senza AIA. Nella determina n°3065 del 14 ottobre 2010, con la quale la Provincia di Potenza rinnova a Fenice Spa (oggi Srl) l’autorizzazione all’esercizio, è dato leggere che la durata del rinnovo “è fissata in anni 10 e comunque fino al rilascio dell’Aia da parte della Regione Basilicata”. Sono proprio questi “trucchi” che ci hanno fatto guadagnare la condanna da parte della Corte di Giustizia europea. Nella determina dirigenziale n° 7502 del 18 maggio 2011, la Regione Basilicata scrive: “Considerato che tra le 5 autorità regionali competenti che non hanno ottemperato agli obblighi di cui all’art.5 della direttiva 15 gennaio 2008, 2008/1/CE, sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento rientra la Regione Basilicata; Considerato che agli atti dell’Ufficio Compatibilità Ambientale risultano 24 istanze per il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale di cui 17 relative ad impianti esistenti…” Tra gli impianti esistenti c’è l’inceneritore della EDF, che ha operato e continua ad operare in assenza di AIA. Un’autorizzazione che, in considerazione dei danni prodotti e delle caratteristiche dell’impianto, a nostro avviso, non poteva, non potrebbe e non può essere rilasciata. Il 3 novembre 1999, con la Delibera N° 2584, la Giunta regionale della Basilicata approvava “Il Piano di Monitoraggio ambientale del Melfese”, ottemperando alle prescrizioni contenute dal DEC/VIA 1790/93 per la realizzazione dell’impianto Fenice. Nei principi generali della menzionata Delibera, la Regione afferma che occorre “offrire alla popolazione uno strumento che permetta tra l’altro una facile interpretazione ecologica delle informazioni”. Alla luce di quanto è emerso, di quanto denunciato, è evidente che i buoni propositi contenuti nella Delibera 2584 sono rimasti a lungo lettera morta. Molto resta da fare per accrescere il tasso di trasparenza in materia di informazione ambientale, e segnatamente nella vicenda Fenice si registra un’inaccettabile assenza di trasparenza sui verbali delle conferenze di servizio.
IL CASO FENICE E LA GESTIONE DEL CICLO DEI RIFIUTI IN BASILICATA
L’art. 4 della direttiva 2006/12/CE(sostituita dalla direttiva 2008/98/CE) recita: “Gli stati membri adottano le misure necessarie ad assicurare che i rifiuti siano recuperati e smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente e senza creare rischi per l’acqua, l’aria e il suolo.” L’art. 4 della direttiva 2008/98/CE stabilisce una “Gerarchia dei rifiuti” mettendo ai primi tre posti la prevenzione, la preparazione per il riutilizzo, il riciclaggio. Nella stessa si afferma che “Gli Stati membri dovrebbero sostenere l’uso di materiali riciclati in linea con la gerarchia dei rifiuti e con l’obiettivo di realizzare una società del riciclaggio e non dovrebbero promuovere, laddove possibile, lo smaltimento in discarica o l’incenerimento di detti materiali riciclati.” L’art. 178 del TU Ambiente recita: “I rifiuti devono essere recuperati e smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente.” In buona parte del Mezzogiorno d’Italia, e di certo in Basilicata dove la raccolta differenziata è ferma al 15%, siamo lontanissimi dall’applicare le direttive dell’Unione e, addirittura, altrettanto lontani dalle percentuali di raccolta differenziata stabilite dal decreto Ronchi nel ‘97(35% entro il 2003) e dal successivo TU Ambiente del 2006, che prevedeva il raggiungimento entro il 2011 del 60% di raccolta differenziata. In particolare, la Basilicata - nonostante la più bassa produzione procapite di RSU(Fonte Ispra)- da anni non riesce ad innescare una gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti e continua a puntare su discariche e inceneritori. Numerosi, tra l’altro, i casi accertati di discariche di RSU che hanno determinato un inquinamento delle falde acquifere e dove risultano smaltiti rifiuti pericolosi.
LE RICHIESTE DELL’ASSOCIAZIONE RADICALI LUCANI
  1. Aggiornamento immediato del registro tumori fermo al 2006. Avvio di una indagine epidemiologica e biologica per verificare lo stato della salute pubblica e dell’ambiente in tutta la zona del Vulture-Alto Bradano. In particolare, sarebbe opportuno arrivare a poter disporre di “Mappe epidemiologiche geografiche”, in quanto questo strumento potrebbe consentire di rilevare anomali tassi di incidenza di malattie(non solo tumorali) in prossimità di impianti industriali. La federazione “Save Taranto”, riferendosi alle Mappe ha scritto “che esse costituiscono uno strumento imprescindibile nella definizione in sede giudiziaria del nesso di causalità emissione-malattia, poiché riportano un quadro di diffusione dei danni alla salute statisticamente accertato e rilevante”. In materia di inquinamento, la Federazione per l’ecotutela Jonica ha opportunamente sottolineato “che i tetti e le soglie sono spesso stabiliti per convenzione sulla unica base delle tecnologie disponibili” e che essi non tengono conto “della resistenza degli organismi adulti più vulnerabili, né dei bambini.”
  2. Intervento da parte del Ministero dell’Ambiente ai sensi del comma 3 dell’art.304 del D.LGS 152/2006 anche per verificare le ragioni che secondo la Provincia di Potenza e l’osservatorio regionale dei rifiuti hanno determinato la necessità di bruciare rifiuti “Tal quale” presso gli impianti Fenice/EDF di San Nicola di Melfi(PZ).
  3. Modifica dell’art. 242 del D.LGS 152/2006 per ristabilire in caso di accertato inquinamento il giusto equilibrio tra l’interesse dell’impresa e la salvaguardia dell’ambiente.
  4. Indagine da parte del Governo sulle procedure adottate da Regione, Provincia, Arpab e Asp circa la conduzione delle fasi autorizzative e lo svolgimento delle conferenze di servizio messe in atto per affrontare la crisi ambientale determinata dall’inquinamento.
  5. Revoca di qualunque autorizzazione in capo all’azienda Fenice-EDF con conseguente blocco delle attività.
  6. Realizzazione di una rete di monitoraggio ambientale per l’intera area Vulture-Alto Bradano, che doti l’Arpab di mezzi idonei a poter effettuare un adeguato monitoraggio di tutte le matrici ambientali ad iniziare dall’aria e dal monitoraggio delle diossine.
  7. Audizione presso la Commissione di esponenti dell’Associazione Medici per l’ambiente(ISDE ITALIA) e in particolare della oncologa Patrizia Gentilini.

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