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mercoledì 16 aprile 2014

'Non siamo commercianti di morte':il grido degli agricoltori della Valbasento

“Non siamo commercianti di morte: che le istituzioni ci dicano cosa dobbiamo fare”. E’ insieme un’autodenuncia ma anche un grido di dolore quello degli imprenditori agricoli della Valbasento, che hanno preso atto della grave compromissione ambientale di terreni e pozzi dopo la presentazione dei dati dei prelievi privati commissionati quasi un mese fa all’associazione “Punto Zero”. I dati, come è noto, sono stati ufficialmente svelati nel corso di una conferenza stampa tenuta nella sala consiliare di Pisticci, dalla quale è stato confermato come l’attività agricola, in questa zona un tempo florida, sia forse arrivata al capolinea. “Abbiamo il terrore di vendere i nostri prodotti – hanno dichiarato all’unisono gli agricoltori – sia al consumatore che ai nostri figli, perché non sappiamo cosa effettivamente diamo alla gente. Ma ciò che è più grave è che nessuno di dice cosa dobbiamo fare: siamo all’esasperazione più totale. Qui c’è solo da piangere: siamo mortificati perché non possiamo più lavorare né dare lavoro ad altra gente”. Rammarico, preoccupazione e timori. Per la salute propria come per quella dei propri familiari ed, allo stesso tempo, anche per quella della cittadinanza. “Sono molto rammaricato da tutta questa situazione – ha precisato Giovanni Grieco, uno degli imprenditori agricoli basentani – perché l’unico riconoscimento europeo per la produzione di formaggi mi è stato bloccato: io non voglio più produrre per non dare al consumatore prodotti provenienti da questa terra. C’è infatti il rischio che tutto quello che si è acclarato esserci in questi terreni e nell’acqua, possa entrare nella catena alimentare con le conseguenze che conosciamo. La situazione, dunque, è davvero disperata e la nostra disperazione aumenta se consideriamo che gli organi competenti si stanno scaricando dalle loro responsabilità per riversarle su di noi. Tutto questo non è giusto e noi non possiamo accettarlo”. Da qui, dunque, l’appello: “Ci dicano cosa dobbiamo fare e come dobbiamo comportarci. In particolare, ci dicano se siamo ancora una linea food, ma in questo caso pretendiamo delle garanzie sotto forma di passaporti, o se, invece, siamo no food. In tal caso, le nostre aziende è giusto che vengano riconvertite in un altro settore con produzioni diverse. Dobbiamo, però, essere sinceri: tutta questa situazione ha cancellato un intero territorio della nostra regione, che io reputo essere una tra le migliori d’Italia”.

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