Approfondimento: Per migliaia di anni la Murgia è stata terra di migrazioni. La transumanza conduceva annualmente milioni di pecore dall’Abruzzo in Puglia. L’imperatore Federico II (1196-1266 d.C.) cominciò a regolarizzare questo flusso di greggi. Fu invece il re Alfonso V d’Aragona che nel 1447 istituì la Regia Dogana delle pecore, una vera e propria azienda di Stato, dotata di poteri amministrativi e giudiziari sulle attività pastorali, il cui compito principale era quello di assegnare le “locazioni” e determinare il valore della “fida”, il canone d'affitto annuale per l'uso degli erbaggi da corrispondere per ciascun capo di bestiame. La Transumanza necessitava di una rete viaria articolata in larghe vie erbose, in grado di soddisfare le differenti esigenze di movimento, di sosta e di alimentazione delle greggi. Per ragioni di sicurezza, e per essere certi che nessuno sfuggisse alla Dogana, queste vie verdi seguivano dei percorsi chiamati Regi Tratturi. La rete si articolava quindi in tratturi larghi 111,60 metri, vere e proprie autostrade, in tratturelli, larghi 32-38 metri, e bracci larghi 12-18 metri, vie secondarie con compiti prevalentemente di raccordo tra le vie principali e tra queste e il territorio.
ITINERARIO B
Il percorso “Tratturello Regio – Centro Visita Torre dei Guardiani” si snoda lungo il Tratturello Regio N. 19, con fondo in terra battuta, lungo il margine settentrionale del bosco dei Fenicia per proseguire lungo il margine del bosco di Ruvo. Verso sud il bosco cede il posto alla coltura del mandorlo organizzata in piccoli appezzamenti circondati da muri a secco. Da questo punto si diparte uno stretto nastro d’asfalto che conduce verso sud al bosco di Scoparella e allo Jazzo omonimo. Nel bosco la pista riprende il fondo in terra battuta. Il percorso decorre poi in direzione sud-est nel bosco per innestarsi sulla strada comunale Scoparella. Percorso il nastro d’asfalto per circa 100 mt., in direzione nord si incontra sulla destra il tratturo che conduce allo Jazzo Cortogigli. L’edificio anch’esso diroccato, si presenta imponente. Il bosco, pur presente si fa in questo tratto meno fitto e talvolta ospita inclusioni di colture arboree. Infine l'itinerario decorre al margine tra il bosco e un vasto seminativo per finire in prossimità della strada comunale La Ferrata. Da questo tratto si segue la pista d’asfalto in direzione sud. La strada attraversa un piacevole paesaggio boschivo che solo nell’ultimo tratto lascia spazio ai seminativi e al mandorlo. Giunti in prossimità del centro visita Torre dei Guardiani, il paesaggio cambia nuovamente aspetto mostrando l’articolato paesaggio della Lama La Ferratella con i residui delle Quite di Ruvo e degli articolati muri a secco.
Altrettanta suggestione e importanza paesaggistica è rivestita dalla presenza di carrari. Si tratta di strade con fondo in roccia o stabilizzato, limitate da muri a secco, di proprietà pubblica, che avevano la funzione di consentire il transito tra le diverse Quite. La maggior parte dei carrari sono oggi interrotti da operazioni di aratura e macinatura dei muri. Lungo il carraro principale si incontra un ponte in pietra a secco, gioiello architettonico di rilevante valore storico, con tratti diruti e presso il quale il tracciato termina offendo un’ampia vista sul Canale del Pidocchio.
Approfondimento:
La costruzione di Torre dei Guardiani risale alla fine del XIX secolo, più precisamente al 1899. Fu originariamente utilizzata come caserma delle Guardie comunali a cavallo alle quali era demandato il compito di controllare il territorio funestato dal fenomeno dell'abigeato e dei furti dei prodotti agricoli, aumentati sopratutto in concomitanza della presenza dei cantieri per la costruzione dell'Acquedotto Pugliese. Successivamente fu utilizzato, fino agli anni '50 del secolo scorso, dal corpo delle guardie campestri che raggiungevano il presidio a piedi o in bicicletta e vi rimanevano per una settimana in gruppi di quattro-sei vigilanti, svolgendo anch'essi servizio di ronda tra le campagne. Le garritte, poste agli angoli nord-est e sud-ovest dell'edificio, rappresentavano il sistema difensivo della caserma e sono un'ulteriore testimonianza dei conflitti consumati all'epoca sul territorio murgiano.
ITINERARIO D:
Il percorso “stazione di Corato – Necropoli di S. Magno” si sviluppa interamente su strada asfaltata a partire dalla stazione ferroviaria di Corato. Ad eccezione del tratto urbano, il percorso si snoda su una strada extraurbana, S.P. 19, a bassa intensità di traffico. Al fine di garantire ulteriore sicurezza il percorso devia dalla S.P. 19 all’altezza dell’incrocio per il Santuario di Madonna delle Grazie per portarsi su una strada comunale denominata Monte Cotugno che decorre parallelamente alla provinciale ad oriente di quest’ultima e si ricongiunge alla S.P. 19 in località Pedale. Il primo tratto della S.P. decorre in un paesaggio rurale ibrido caratterizzato da piccoli appezzamenti agrari condotti a olivo e mandorlo, intramezzati a edifici utilizzati come residenza secondaria. Il paesaggio si modifica poi radicalmente in prossimità dei confini del Parco Nazionale, posti nei pressi della cantoniera di San Magno. Qui si attraversano le formazioni di bosco ceduo della Serra Stracciacappello ed i boschi di conifere di Serra Cecibizzo e di Cornacchiello. Poco dopo si incontra la località S. Magno, sito nel quale sono concentrati numerosi beni di interesse paesaggistico, naturalistico, storcico-architettonico e archeologico. Sotto il profilo archeologico va segnalata l'omonima Necropoli di sepolcri a tumulo.
Approfondimento:
L’area centrale della Necropoli, composta da circa un centinaio di tombe, si estende in senso nord-sud per circa 2 Km e in senso est-ovest per circa 1 Km. La struttura delle tombe presenta nel mezzo una cista prevalentemente rettangolare e abbastanza ampia contornata sia da blocchi che da lastre più o meno megalitiche tanto da sembrare, se non autenticamente dolmenica, di tipo dolmenico e chiaramente collegabile alle ciste del richiamato sepolcro dolmenico a tumulo della tarda età del bronzo (VII - VI sec. a.C.). Nelle tombe sono stati rinvenuti oggetti in bronzo e in ferro e vasellame prevalentemente frammentario sia di impasto che acromo e dipinto in stile geometrico in argilla depurata, tra cui spicca una coppetta di tipo greco-orientale proveniente dal sepolcro numero 12 databile tra l’ultimo quarto del VII e il primo quarto del VI sec a.C.: si tratta di prodotto d’importazione o, comunque, d’imitazione locale da Metaponto o da Siris che trova numerosi riscontri nei complessi vascolari apulomaterani. Anche il repertorio vascolare, sia pure frammentario, ha offerto sufficienti elementi di identificazione e di collocazione culturale e cronologica dei sepolcri esaminati.
ITINERARIO E:
Il percorso “Tratturello Regio – Necropoli di S. Magno” ripercorre un tratto del tratturello Canosa – Ruvo e si snoda in parte su sterrato e in parte su asfalto, all'interno del bosco dei Fenicia. I boschi con dominanza di roverella sono localizzati lungo il margine settentrionale del Parco Nazionale dell'Alta Murgia, sul versante rivolto verso il mar Adriatico, tra i 300 m e i 500 m s.l.m. Il percorso conduce all'incrocio con la S.P. 238, attraversando un ambiente rurale caratterizzato da colture arboree e seminativo e si presenta nel primo tratto sterrato per divenire in seguito asfaltato. In prossimità della Masseria Fiore il percorso si innesta sulla strada comunale S. Magno per condurre, passando in prossimità della Piscina Antica di San Magno, alla Necropoli di tombe a tumolo della tarda età del bronzo (VII - VI sec. a.C.).
Approfondimento:L’acqua costituisce un elemento naturale preziosissimo nel territorio dell'Alta Murgia, le scarse precipitazioni e le caratteristiche carsiche del suolo fanno sì che sia praticamente assente un’idrografia superficiale se pur, la presenza di corsi d’acqua in epoche remote è attestata tutt’oggi dalla toponimia locale di alcuni luoghi (Acquatetta, Pantano, Torrenti di Pisciulo, etc). Da sempre quindi, l’uomo si è ingegnato per recuperare la maggior quantità di acqua caduta dal cielo sotto forma di precipitazioni, prima che il suolo la inghiottisse portandola ad alimentare la falda idrica sotterranea, attraverso manufatti architettonici realizzati per assolvere la funzione di approvvigionamento idrico, tra cui i votani, i pozzi, le piscine, e le neviere.
Le spesso effimere raccolte d’acqua presenti, naturali, seminaturali ed antropiche, oltre a rappresentare delle aree importanti da un punto di vista storico-culturale, hanno dato vita a ecosistemi di notevole interesse scientifico e conservazionistico. L'importanza di queste aree all'interno del Parco risiede principalmente nell'unicità a livello locale di tali ecosistemi che assumono il ruolo di isole della biodiversità importanti per la conservazione di specie animali e vegetali che, in loro assenza, andrebbero in contro a fenomeni di estinzione locale.
ITINERARIO F:
Il percorso “Chiesetta Neviera di San Magno – Serra Cecibizzo” prende avvio dalla chiesa-neviera, collocata tra la masseria del 1812 e una quercia secolare, monumento naturale di questo territorio. L'itinerario prosegue per circa 200 mt. lungo la strada comunale S. Magno e la percorre sino a raggiungere l’incrocio con un tratturo costeggiato da un muro a secco. Il tratturo decorre in direzione nord-ovest fiancheggiando vasti seminativi e poi piega in direzione nord per decorrere tra aree di steppe punteggiate da perastri. Si tratta delle formazioni vegetali di Parco d’Arresta e Serra Stracciacappello. Lungo il percorso sulle pendici di una lama si incontra lo Jazzo Tarantini, bell’esempio di architettura rurale, dove è ancora possibile osservare un "vagno" per le pecore, ovvero una vasca in pietra utilizzata per il lavaggio delle pecore prima della tosa. Poco oltre il percorso si inoltra nel bosco di conifere che ricopre totalmente il rilievo di Serra Cecibizzo. Si tratta di una formazione di pino d’Aleppo originata da un rimboschimento degli anni ’50. Il bosco, anche per la presenza di una geomorfologia non tabulare, si presenta di grande suggestione. L'itinerario prosegue ai margini del bosco in direzione nord-ovest. Approfondimento:
In un documento del 1128 è già dimostrata l’esistenza della primitiva chiesa di Santa Maria Maggiore o chiesa di San Magno. La chiesa fatta di malta e di pietre disuguali tra loro troneggia su un largo spiazzo ed è circondata da pareti a secco semi diroccate. La facciata est presenta nella parte inferiore una porta murata e una finestra con gli infissi cadenti, mentre nella parte superiore, sul tetto di tegole, sovrasta un campanile di tufo. Sul lato a settentrione si trova un scalinata che conduce nel locale adibito al culto mentre a occidente, a mezzo metro da terra, un finestrone si apre sulla neviera. Molto simili alle piscine, le neviere sembrano abitazioni sprofondate nel terreno, con le volte a botte sovrastate da un tetto spiovente, ma vi si differenziano per la maggiore elevazione rispetto al piano del suolo. La neviera si riempiva da un’apertura superiore detta chiave, mentre lateralmente due porte consentivano il recupero dei blocchi di ghiaccio. All’ interno la Chiesa ha una pavimentazione in cotto; l’altare presenta un altorilievo raffigurante un putto con un solo braccio e sfigurato nel volto, inoltre la pietra sacra è stata rimossa e l’acquasantiera divelta.
ITINERARIO G:
Approfondimento:
Il territorio del Parco Nazionale dell’Alta Murgia individua un sistema ambientale complesso e di grandissimo interesse, caratterizzato per l'importanza conservazionistica da una vegetazione ascrivibile alla prateria arida submediterranea ad impronta balcanica. Da un punto di vista della fisionomia, il paesaggio si presenta dominato da una struttura vegetazionale tipica del pascolo roccioso i cui popolamenti, costituiti in tutto o quasi da specie vegetali erbacee, sono accomunati dall’adattamento a condizioni di insufficienza idrica. La Stipa austroitalica Martinovsky, comunemente nota con il nome di lino delle fate, è una delle specie che maggiormente caratterizzano questo ambiente, sia dal punto di vista paesaggistico che ecologico. È facilmente riconoscibile quando le sue spighe, nella tarda primavera, formano manti argentei che ondeggiano al vento con un effetto estetico di grande suggestione. Sempre in primavera è possibile osservare sui pascoli dell'Alta Murgia, in cerca delle proprie prede, numerosi esemplari di falco grillaio, Falco naumanni. Specie di estremo interesse conservazionistico, in questo territorio è presente con una popolazione tra le più numerose d'Europa stimata in circa il 70% dell’intera popolazione italiana. La predilezione per questi territori frequentati alla ricerca di cibo da parte degli uccelli, ed in particolare per i rapaci, è stato riportato con minuziosi particolari e miniature sin da Federico II di Svevia nel suo trattato “De arte venandi cum avibus”, “l’arte di cacciare con il falcone”. L’autore nel suo scritto oltre a descrivere le molte specie di uccelli un tempo presenti in Puglia, narra dell’arte di cacciare con l’ausilio dei falchi, in particolar modo con il falco sacro e con il lanario, un tempo presumibilmente diffusi sull'altopiano delle Murge.

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