“La
Guardia di Finanza di Matera ha fatto un ottimo lavoro
nell’operazione dei divani contraffatti prodotti in Cina e
commercializzati con il marchio “CaliaItalia”. Ma a parte la
Guardia di Finanza ed altri corpi dello Stato le istituzioni, in
primo luogo Governo e Regione, che fanno per la tutela del “made in
Italy” e difendere gli interessi dei produttori?” E’
l’interrogativo del sen. Egidio Digilio, segretario regionale di
Fli, che ha annunciato un intervento nei confronti del Ministro per
lo Sviluppo Economico (che si occupa anche di commercio estero)
Corrado Passera perché “la vicenda dell’azienda materana di
salotti ha dell’incredibile. Infatti siamo passati dai tanti casi
di contraffazione di marchi italiani che si verificano
quotidianamente soprattutto nell’abbigliamento, nella pelletteria e
nell’alimentare ad una vera e propria clonazione dell'azienda in
questo caso la Calia Salotti di Matera e quindi non solo attraverso
l'imitazione di modelli di divano. Le produzioni italiane di qualità
non godono di alcuna tutela: il salame napoletano di Bucarest, la
pomarola ed il parmesao del Brasile, il Chianti della California, il
pesto ligure della Pennsylvania, sono solo alcuni esempi di prodotti
tipicamente italiani prodotti all’estero per un giro d’affari di
60 miliardi di euro. La contraffazione dei marchi italiani è un
fenomeno noto, meno noto è che sia lo stesso stato italiano con la
Simest, Società italiana per le miste all’estero – aggiunge
Digilio - ad investire in Lactitalia, società che produce latte e
formaggi in Romania con marchi come Dolce Vita e Pecorino che imitano
quelli italiani. Secondo le organizzazioni agricole Cia e Coldiretti
sfiorano i 165 milioni di euro al giorno i danni provocati dalla
contraffazione del made
in Italy
solo per l’intera filiera agroalimentare (dai campi all’industria
di trasformazione). Un fenomeno, quello dell’agropirateria
internazionale, pagato da imprese e consumatori e che genera un
business illegale, una cifra 2,6 volte superiore rispetto al valore
complessivo delle esportazioni di prodotti alimentari italiani nel
mondo, pari a 23 miliardi di euro circa all’anno. Nei settori
dell’arredamento e della moda specie griffati – dice Digilio –
siamo di fronte ad un business illegale incalcolabile:
3,5/7
mld di euro è il giro d’affari stimato dei produttori di falsi in
Italia, al 2010. Di questi, il 60% si riferisce a prodotti
d’abbigliamento e di moda
(tessile, pelletteria, calzature), il
resto a orologeria, beni di consumo, componentistica, audiovisivo,
software,
importati completi (anche da altri paesi UE dove sono arrivati
dall’Estremo Oriente) o perfezionati in Italia.
Ma
non spetta solo al Governo mettere in atto azioni concrete vigilando
all’estero e attivando Ambasciate e Consolati con funzionari ben
preparati a “scovare” le contraffazioni, anche le Regioni non
devono chiudere un occhio. E quanto alla Regione Basilicata –
conclude Digilio – i conti con i cinesi sono ancora sospesi con la
vicenda azienda cinese Sinoro, già centro orafo, Cripo, Orop che
doveva
lavorare nell’area di Tito quattro tonnellate di oro all'anno, non
ha mai prodotto nulla se non una ottantina
di disoccupati e con i pomodori in vendita in tanti supermercati
lucani con etichette italiane e made in Cina”.

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