Di Maurizio Bolognetti, Direzione
Radicali Italiani e Segretario di Radicali Lucani
Di tanto in tanto nella Basilicata
Saudita emergono tracce degli effetti collaterali prodotti dalle
attività estrattive. E così scopri che un piccolo paradiso, una
contrada di Corleto Perticara, ormai feudo della Total, è stata
trasformata in un inferno. All’inizio degli anni ’90, i fanghi
del pozzo “Tempa Rossa2”, duemila metri cubi di veleni contenenti
un micidiale cocktail di idrocarburi e metalli pesanti, vengono
stoccati in un campo ubicato in contrada Serra d’Eboli. La
discarica con il suo carico di morte viene poi ricoperta con un metro
di terreno e riconsegnata agli ignari pastori. Non una recinzione,
non un cartello che avvertisse del pericolo. Il frutto di un atto
tanto scellerato quanto criminale non tarda a manifestarsi: almeno
due morti sospette e pecore stecchite nel ruminare erba e
idrocarburi. Con ogni probabilità quei veleni sono finiti anche
nella catena alimentare. Per la Procura di Potenza che indaga sulla
vicenda, le ipotesi di reato sono omicidio plurimo colposo e
attentato alla salute pubblica.
Pecore morte stecchite come i pesci del
Pertusillo, sorgenti inquinate e siti contaminati. Il bilancio delle
attività di esplorazione e coltivazione di idrocarburi in Basilicata
è un bilancio pesante in termini di impatto ambientale e di impatto
sulla salute umana.
Quando scorro l’elenco degli
incidenti collegati all’estrazione dell’oro nero,
l’impressionante numero di siti inquinati nella sola Valle
dell’Agip, mi chiedo se per caso i quattro gatti delle valli lucane
non siano diventati il costo che qualcuno è disposto a pagare
sull’altare del superiore interesse nazionale.
Il decreto Ronchi nel 1997 aveva
previsto l’istituzione di un’anagrafe dei siti da bonificare;
quindici anni dopo negli uffici del Dipartimento ambiente della
Regione Basilicata ne troviamo solo parziale traccia.
Ma torniamo a Corleto Perticara e alla
Lucania che nessuno ha visto nel “Basilicata coast to coast”
generosamente finanziato dai francesi di Total.
Nel piccolo centro dell’alta valle
del Sauro sorgerà il centro oli della Total. Parliamo del progetto
Tempa Rossa, che per la banca d’affari Goldman Sachs è uno dei 128
progetti “più importanti al mondo in fase di attuazione o ancora
sulla carta, capaci di cambiare gli scenari mondiali dell’energia
estrattiva”. A partire dal 2015 Total pomperà dal sottosuolo
lucano 50000 barili di greggio al giorno, che andranno ad aggiungersi
agli 84000 barili dei giacimenti Eni-Shell. Per 25 anni la Total
ricaverà da “Tempa Rossa” 144 milioni di euro all’anno.
Un bilancio, quello dei barili
estratti, suscettibile di ulteriori incrementi, visto che da tempo si
discute di un aumento delle attività estrattive dell’Eni nella Val
d’Agri e che si moltiplicano i permessi di ricerca avanzati dalle
principali compagnie petrolifere. La Basilicata, dati Unmig alla
mano, rischia di diventare un unico campo per la coltivazione
dell’oro nero.
Per far comprendere le dimensioni della
partita che si sta giocando sul territorio lucano è forse opportuno
fornire qualche dato. Gli atlanti e i libri di geografia riportano
che la Basilicata copre una superficie pari al 3,3 per cento di
territorio nazionale(9992 kmq); il 65% circa di questa
superficie(6260 kmq) è stata ipotecata da titoli minerari attivi e
istanze per il conferimento di nuovi titoli. Le 22 concessioni di
coltivazione vigenti coprono 2121 kmq di territorio, mentre i 12
permessi di ricerca autorizzati una superficie pari a 1590 kmq. Tra
le 15 nuove istanze di ricerca va registrata quella avanzata dall’Eni
denominata “Monte Li Foi”, che interessa un’area di 140 kmq
compresa nei comuni di Baragiano, Ruoti, Picerno, Tito, Savoia di
Lucania, Pignola e Potenza.
Siamo di fronte ad un assalto all’arma
bianca, con attività estrattive svolte in aree dove si registra un
forte dissesto idrogeologico(con areali classificati R4), a rischio
sismico, a ridosso di zone SIC(Sito di interesse comunitario) e dove
sono presenti aree sottoposte a vincolo idrogeologico. Si trivella in
prossimità di dighe, sorgenti, campi coltivati e centri abitati.
A ratificare tutto questo, ad aprire un
autostrada a 4 corsie, sono intervenuti il Memorandum, firmato tra la
Regione e il Governo, e il successivo - e verrebbe da dire famigerato
- articolo 16 del decreto sulle liberalizzazioni.
A leggere con attenzione il Memorandum,
sottoscritto a Potenza il 29 aprile 2011, possiamo scorgere le tracce
della Basilicata del futuro: “Per l’accelerazione dello sviluppo
regionale attraverso politiche aggiuntive di sviluppo industriale
generatore di occupazione, di incremento della dotazione
infrastrutturale, di investimenti in ricerca e innovazione connesse
alla ricerca e alla coltivazione delle fonti fossili in Basilicata.”
Ma l’intenzione di completare la
trasformazione della Basilicata in Hub petrolifero emerge solare in
ciò che è scritto nel preambolo: “Nella Regione sussistono
inoltre potenzialità ulteriori di sviluppo e di stoccaggio che
potranno essere ulteriormente valorizzate.”
La verità è che non si fermeranno né
a 130000 barili, né a 160.000, e tutto questo mentre in Veneto si
votano delibere regionali per dire no alle trivelle temendo il
rischio subsidenza.
Avete presente il programma “Oil for
Food” varato dall’Onu nel 1996? Prevedeva di permettere all'Iraq
di vendere petrolio in cambio di forniture umanitarie, cibo e
medicinali.
Ecco, l’impressione è che la
Basilicata sia diventata una sorta di Iraq. Il Petrolio merce di
scambio per garantire la sopravvivenza di una realtà che avverte i
morsi di una gravissima crisi socio-economica. Verrebbe da chiedersi:
ma la sopravvivenza di cosa? Quante sono le opportunità bruciate dal
sistema partitocratico in questi anni?
Non ci sto, questo baratto non mi
convince e ribadisco che occorre una moratoria. Occorre dire subito,
ora, che non ci saranno altri permessi e concessioni.
A gennaio, nella relazione che
accompagnava il decreto sulle liberalizzazioni il Governo scriveva:
“La Regione Basilicata, i suoi residenti ed i comuni interessati
dalle attività, già oggi percepiscono complessivamente circa 160
milioni di euro l’anno di royalties, destinati ad aumentare a circa
350 milioni, in funzione del prezzo del greggio, in conseguenza dei
lavori già programmati. Attraverso ulteriori ricerche sono altamente
probabili altre scoperte dello stesso ordine di grandezza. Tale
sviluppo risulta rallentato o impedito dalle difficoltà derivanti
dall’insediamento degli impianti di estrazione di idrocarburi,
spesso in competizione con altre attività di sfruttamento del
territorio, generalmente di minore valore economico ma fortemente
radicate e che generano occupazione. Garantendo ai residenti dei
territori di insediamento degli impianti e delle aree limitrofe,
oltre alle ingenti entrate già oggi assicurate dalle royalties,
investimenti infrastrutturali ed occupazionali attraverso una quota
delle maggiori entrate derivanti dalle nuove produzioni di
idrocarburi, si assicurano maggiori entrate primarie e fiscali e si
assicura crescita e nuova occupazione.”
E l’ambiente? E la tutela dei
territori? E l’Impronta ecologica? Di quali difficoltà parla il
Governo, se già oggi, dati alla mano, dati Unmig, abbiamo 22
concessioni di coltivazione e una serie di permessi concessi e in
itinere?
Verrebbe da rispondere: “scusateci se
ci permettiamo di dare un valore al nostro paesaggio, alle preziose
risorse idriche, all’acqua, alle coltivazioni, all’aria e a
qualche attività di “minor valore”. E se proprio non volete
scusarci, beh, allora possiamo prendere in considerazione la
possibilità di una emigrazione forzata da una terra che - nonostante
l’oro nero - è il fanalino di coda del paese.”
Penso alla mia terra e mi vengono in
mente le immagini di un film crudo come quello diretto da Paul
Anderson: Il Petroliere.
Penso alle morti “silenziose” di
Corleto Perticara e ancora una volta, una volta di più, mi dico che
ha ragione Marco Pannella quando afferma che “la strage di legalità
ha sempre per corollario, nella storia, la strage di popoli”; vale
per le vicende di veleni che ho provato a raccontare e vale per le
morti “silenziose” che registriamo tra detenuti e agenti di
Polizia Penitenziaria nelle patrie galere.
Leggo il libro di Mario Almerighi
“Petrolio e Politica” e mi dico che siamo ben poca cosa di fronte
al mare di petrodollari che passano sulle nostre teste.
Credo che al Presidente della Giunta
regionale Vito De Filippo vada dato atto di una posizione chiara. E’
l’unico che non si nasconde e di cui fino in fondo conosciamo le
posizioni. Mi auguro e gli auguro di saper difendere per davvero gli
interessi degli abitanti della Basilicata Saudita. Per il resto
ribadisco la richiesta e la proposta di una immediata moratoria che
fermi ogni ulteriore concessione. Al tavolo delle trattative dobbiamo
portare questo. Il resto, quanto statuito dall’art. 16 e dal
Memorandum, è atto dovuto per i costi altissimi che stiamo
sopportando.
