Il
2011 è stato in Italia l’anno della vittoria del sì al
referendum sull’acqua. Questa vittoria ha avuto il grande merito di
riaccendere l’attenzione sui beni comuni e sul più prezioso di
questi beni, l’acqua appunto. Un tema molto articolato che richiede
di considerare tutti i diversi aspetti che lo compongono: la quantità
e la qualità, gli usi della risorsa e la tutela degli ecosistemi, la
riduzione del rischio idrogeologico e la riqualificazione del
paesaggio.
In
occasione della Giornata mondiale dell’acqua, oggi giovedì
22 marzo, Legambiente anticipa il tema con la
presentazione di ‘Acqua bene comune, responsabilità di tutti’,
edizione 2012 del rapporto annuale Ambiente Italia di
Legambiente e Istituto Ambiente Italia.
Non
basta preoccuparsi solo del segmento consumi potabili. Con Ambiente
Italia 2012 abbiamo voluto offrire elementi di riflessione a
trecentosessanta gradi che possano far fare dei passi avanti alle
politiche di gestione della risorsa idrica, per capire dove sono i
punti di maggior sofferenza e rischio del sistema.
Il
rapporto Ambiente Italia 2012 prende in considerazione
gli impieghi dell’acqua in ambito domestico, agricolo,
industriale e urbano. Inquinamento,
sprechi, dispersioni e peso eccessivo delle acque in bottiglia,
ma anche i casi di eccellenza, le opportunità di occupazione e le
innovazioni soprattutto nell’ambito della riduzione degli
sprechi e degli impatti ambientali.
L’Italia è tra i paesi più
ricchi di risorse idriche: 2.800 metri cubi per abitante l’anno,
pari ad una disponibilità teorica di circa 52 miliardi di metri
cubi, distribuiti in tutta la penisola con disponibilità reale
massima nell’area del Nord-Est (1.975 metri cubi per abitante
l’anno) e minima in Puglia (220 mc/abitante/anno). La quota media
disponibile in tutte le regioni è comunque di almeno 400 metri cubi
per abitante, cioè dieci volte superiore alla quota disponibile nei
paesi del sud del Mediterraneo. Nonostante ciò, abbiamo problemi
di scarsità idrica nei mesi caldi, al Sud come anche al Nord.
Il settore agricolo è di gran lunga il principale utilizzatore
d’acqua (almeno 20 miliardi di metri cubi l’anno, valore che
alcuni ritengono ampiamente sottostimato); seguono il settore civile
con 9 miliardi/anno, l’industria con circa 8 miliardi/anno e la
produzione di energia con circa 5 miliardi/anno. Il prelievo
eccessivo (oltre 40 dei 52 miliardi di metri cubi disponibili)
provoca problemi di qualità delle acque superficiali e sotterranee,
perché questo sfruttamento non permette la circolazione idrica
naturale necessaria a mantenere vivo l’ecosistema e a diluire gli
inquinanti nei fiumi e nelle falde. Quantità e qualità in questo
caso vanno di pari passo e per questo bisogna puntare ad aumentare le
portate negli alvei e nelle falde, se vogliamo raggiungere entro il
2015 il “buono stato di qualità” dei corpi idrici, previsto
dalla Direttiva quadro (2000/60/CE),
Ma questo prelievo è
davvero necessario? Per uso civile utilizziamo 152 metri cubi per
abitante l’anno, molto più di Spagna (127 m3), Regno Unito (113
m3) e Germania (62 m3). Il settore agricolo poi, incide
tantissimo perché l’irrigazione è in gran parte basata su
tecniche vecchie e inefficienti: gli esperti che hanno collaborato ad
Ambiente Italia 2012 ritengono che un miglioramento delle tecniche
irrigue permetterebbe un risparmio dell’ordine del 30%. Ulteriori
riduzioni sarebbero possibili scegliendo colture e varietà più
resistenti alla siccità e soprattutto combattendo le produzioni
eccedentarie e gli sprechi alimentari.Nel nostro Paese
rimangono ancora irrisolti gli annosi problemi relativi agli scarichi
inquinanti civili e industriali, ai depuratori mal funzionanti,
all’artificializzazione dei corsi d’acqua. Delle 549 stazioni di
monitoraggio censite nell’annuario 2010 dell’Ispra, solo il 52%
raggiunge o supera il “buono stato” (e si tratta dei tratti
montani dei corsi d’acqua), il 35% delle stazioni è appena
sufficiente e quasi un quarto delle stazioni presenta uno stato
scarso o addirittura pessimo. Bisogna poi favorire il
riutilizzo delle acque reflue depurate in agricoltura e nei cicli
industriali, modificando il decreto del ministero dell’Ambiente che
prevede limiti alla carica batterica eccessivamente restrittivi (1000
volte più dell’Oms). Per tutto ciò saranno necessari enormi
investimenti e una rimodulazione delle tariffe per coniugare
l’efficienza del servizio con la tutela della risorsa. Per
Legambiente la nuova tariffa dovrà garantire gratuitamente 50 litri
d’acqua pro capite al giorno, oltre i quali va definita una
tariffazione progressiva che scoraggi i grandi consumi e gli
sprechi.Gli interventi e gli investimenti necessari a
migliorare la gestione dell’acqua nel nostro paese possono
rappresentare oggi anche una risposta efficace e duratura alla crisi
economica in corso, oltre che alle esigenze di crescita e sviluppo
del paese. Ambiente Italia 2012 ha stimato gli effetti occupazionali
di una politica volta ad accelerare gli investimenti nel settore
idrico, con interventi che riguardano sia il settore il Servizio
Idrico Integrato che il sostegno all’iniziativa privata, attraverso
l’inclusione degli interventi idrici nel “bonus del 55% per le
ristrutturazioni edilizie ed altre misure di sostegno. Attraverso
investimenti che graverebbero in minima parte (meno del 10%) sul
bilancio pubblico (visto che i costi sarebbero coperti dalle tariffe
idriche e da investimenti che beneficiano solo in parte di sostegno
pubblico), a fronte di un investimento totale di poco più di 27
miliardi di euro in 10 anni, dei quali 16 miliardi di euro
addizionali rispetto a quelli di spesa tendenziale, si avrebbe la
creazione di poco meno di mezzo milione di unità di lavoro in 10
anni, tra occupazione diretta e indiretta (in altri termini
45.000 posti di lavoro l’anno per 10 anni), senza considerare
l’occupazione indotta dalla spesa dei redditi da lavoro e capitale
generati dalla nuova occupazione. In conclusione, l’acqua in
Italia costa troppo poco, negli usi civili come in agricoltura o
nell’industria, e per questo se ne consuma troppa. Assicurato
l’accesso universale al servizio e la fornitura minima per tutti,
il prezzo dell’acqua va fissato tenendo conto che si tratta di un
bene scarso, probabilmente destinato a scarseggiare sempre più anche
a causa dei cambiamenti climatici, da consumarsi parsimoniosamente,
attraverso un sistema tariffario che scoraggi gli sprechi e recuperi
risorse per migliorare il servizio.
