La
posizione nei confronti delle carceri del ministro della Giustizia,
Paola
Severino, orientata a restituire dignità alla condizione dei
detenuti, mi trova pienamente allineato.
Al
di là delle singole misure contenute nel suo decreto
“svuota carceri” (come l’innalzamento da 12 a 18 mesi della
pena detentiva che può essere scontata ai domiciliari dal
condannato), che trovo illuminate e ben motivate, credo che il suo
grandissimo merito sia quello di aver dato il segnale chiaro che è
ora di ripensare il nostro sistema carcerario.
I
metodi moderni sono volti al recupero e alla riabilitazione del
detenuto, non alla sola punizione, magari unita all’umiliazione e
alla perdita della dignità umana. Questa osservazione riporta
all’attualità un tema che da tempo dibattiamo all’interno del
movimento “Science for Peace” e che riguarda in primo luogo la
pena di morte.
La
nostra convinzione è che andrebbe chiamata “assassinio di Stato”,
perché uccidere un criminale è un modo per legittimare la violenza,
e non può che creare una spirale negativa nella società. Ma esiste
anche un’altra forma di pena di morte: l’ergastolo.
Si
chiama carcere “a vita”, ma, di fatto, è un modo per sopprimere
la vita, perché il detenuto non è più una persona, ma la vittima
di una lenta agonia, fino alla fine della sua esistenza. Per questo
sono a favore dell’abolizione dell’ergastolo e per l’introduzione
di un massimo di pena di 20-25 anni.
Questa
di “Science for Peace” è una posizione civile, ma soprattutto
scientifica. Le più recenti ricerche hanno dimostrato che il nostro
sistema di neuroni non è fisso e immutabile, ma è plastico e capace
di rinnovarsi. Questo ci fa pensare che il nostro cervello non sia
uguale a quello che era nei decenni precedenti.
Vuol
dire che il detenuto che teniamo rinchiuso in carcere oggi, non
è la stessa persona che abbiamo condannato 20 anni fa. L’ergastolo
si basa sulla convinzione che un criminale non sarà mai
recuperabile, invece le neuroscienze ci dimostrano che si può
riportare alla convivenza civile anche il più incallito dei
delinquenti (ma ci vogliono anni).
Su
questo punto il nuovo film dei fratelli Taviani, Cesare deve morire,
sembra darci ragione. Infatti un nutrito gruppo di carcerati
dell’istituto romano di Rebibbia si rivela fatto di bravissimi
attori cinematografici. Dotati, oltre che di un forte senso
artistico, anche da umanissimi sentimenti.
