di Giuseppe Coniglio
Bernalda non dimentica i
luttuosi eventi del 31 gennaio 1923, quando durante un violento
scontro fra fascisti e nazionalisti persero la vita tre persone e
molte altre rimasero ferite in maniera più o meno grave. E tutto
questo quando fra le due fazioni non si era ancora instaurato il
tanto atteso rapporto di reciproca collaborazione. Per quel giorno,
pura coincidenza o progetto accuratamente preparato da ambedue le
parti per dimostrare una reale o presunta superiorità, a Bernalda
erano stati fissati i raduni delle squadre d’azione fasciste e
delle camicie azzurre nazionaliste. Ma il piano dei gerarchi fascisti
era anche quello di punire in un certo senso e con una prova di forza
la comunità bernaldese che ancora non recepiva le nuove istanze
ideologiche. A differenza di altri centri materani tra cui Matera,
Irsina, Ferrandina, Pisticci e Montescaglioso. Bernalda era ancora
insensibile al fascismo sostenuto da pochi aderenti, mentre era stata
istituita una attiva sezione del Partito Nazionale, da parte di ex
combattenti, socialisti riformisti e quale ardito. Per diffondere il
fascismo, giunsero a Bernalda, all’alba del 31 gennaio 1923, le
squadre d’azione, con i loro capimanipolo, di Irsina, Potenza,
Pisticci, Laurenzana, Craco, Taranto e Ferrandina. Ma quella che
forse doveva e poteva essere una manifestazione pacifica di
propaganda si tramutò ben presto in un violento scontro che si
estese nelle vie e piazze principali. La cronaca degli avvenimenti è
ancora molto viva nella memoria della comunità. Di mattino le
squadre nere percorsero le vie del centro e poi fu benedetto il
gagliardetto, mentre di pomeriggio l’esplosione di un colpo d’arma
da fuoco provocò uno scontro fra fascisti e nazionalisti, la cui
sede venne assediata. Alcuni negozi furono saccheggiati, le case
perquisite dai fascisti alla ricerca dei loro rivali e alla fine, il
bilancio fu pesante: dopo due ore di violenti scontri si contarono
una trentina di feriti, mentre persero la vita Giuseppe Viggiano,
padre dell’ex sindaco, Pasquale Gallitelli e Maria Di Stasi,
colpita a morte mentre stava allattando il suo neonato. L’eco dei
tragici fatti di Bernalda giunse fino a Roma e Mussolini pretese
chiarezza sull’accaduto, affidando l’inchiesta al funzionario del
Ministero degli Interni Paolo Di Tarsia. Gli inquirenti cercarono di
individuare i colpevoli, alcuni furono prosciolti, altri condannati a
pene lievi, altri ancora usufruirono dell’indulto. La stampa
nazionale e locale diede ampio spazio ai fatti di Bernalda, fornendo
tuttavia versioni molto contrastanti in relazione al colore politico
di ogni testata. E già l’anno seguente, non si parlò più di
quanto era accaduto a Bernalda, ormai fascistizzata. Anche la pace e
la successiva intesa fra fascisti e nazionalisti era ormai un fatto
compiuto.
